May 07, 2008

Modeste riflessioni sulle dichiarazioni dei redditi online

Ne hanno parlato tutti (facciamo tanti), avrei potuto sottrarmi? Ovviamente no. Ed ecco che qualche ora fa, su Apogeonline, sono comparse alcune mie riflessioni (non posso dire brevi) sulla polemica seguita alla pubblicazione sul sito dell'Agenzia delle Entrate delle dichiarazioni dei redditi 2005 degli italiani (finite poi nei circuiti peer-to-peer) e sul successivo provvedimento del Garante della Privacy. Grazie a Sergio per avermi dato la possibilità di pubblicare lì, spero di non averlo deluso e di non aver deluso troppo neppure voi.

February 26, 2008

Bettio, SS e dintorni: quando la politica strumentalizza i blog

Una volta erano soltanto siti per pochi eletti, ora si stanno diffondendo e rischiano le stesse strumentalizzazioni di tante altre forme di comunicazione. I blog, naturalmente. Ne parlo perché è accaduto a me, proprio oggi pomeriggio.

Vi ricordate quel consigliere comunale di Treviso, Giorgio Bettio, che parlò della legge del taglione e delle SS («Uno a dieci»)? Era l'inizio di dicembre e le sue parole occuparono per un paio di giorni anche qualche colonna sui giornali nazionali. Io ne scrissi su questo blog, semplicemente per dire che la citazione delle parole fatta prima dall'Ansa e poi dai quotidiani online era sbagliata, che Bettio non aveva mai detto le parole che gli venivano attribuite. Basta leggersi il post per capire che non ero entrato nel merito (e me ne sarei ben guardato, visto che disapprovavo comunque il contenuto del suo intervento). Insomma, in piccolo ho scritto una cosa simile alla ben più completa analisi dell'intervista di Oriana Fallaci a Kissinger fatta da Mario Tedeschini Lalli. Bettio oggi ha annunciato in consiglio comunale il cambio di partito, dalla Lega Nord a Progetto Nordest, e nel corso del suo intervento mi ha citato. A sproposito. Il pdf della parte che mi riguarda lo trovate qui, in sostanza ha cercato di utilizzare il mio post per accreditare la tesi che l'interpretazione data alle sue parole era falsa e tendenziosa, che lui non aveva mai detto niente neppure lontanamente simile a ciò che gli era stato attribuito.

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February 25, 2008

«We Don't Hire Editors Anymore»

Sono soltanto piccoli segnali, certo, ma sono segnali che parlano chiaramente: l'editore di una rivista americana sostiene che non assumerà più editors (capiservizio, con una traduzione libera adattata al modello italiano) ma soltanto "content strategists". E Alan D. Mutter, come scrive anche Mario Tedeschini Lalli, rompe un altro tabù con un post riassumibile in un paio di domande: servono davvero tutti i capiservizio che affollano soprattutto le redazioni dei maggiori giornali e le aziende editoriali possono continuare a permetterseli?

Non so quale sia la strada giusta per il nostro giornalismo, però di queste cose dobbiamo cominciare a discutere seriamente anche in Italia, suvvia! Altrimenti non resteremo indietro di soli 2-3 anni rispetto agli Stati Uniti. È tempo di cominciare a parlare un linguaggio più moderno: che non è quello della maggior parte degli editori italiani attuali, ma neppure quello della maggior parte dei giornalisti (per un esempio eclatante, che non riguarda soltanto la mia categoria, (s)fortunatamente, si veda questo video su YouTube tratto da una recente puntata di "Porta a porta").

February 01, 2008

Fugaci impressioni

A volte, quando sento dirigenti di giornali anche medio-grandi (e non parlo del mio) parlare del loro sito internet, ho la netta sensazione che non sappiano di che cosa stiano parlando, che non sappiano niente di interattività e conversazioni, che pensino semplicemente che il progresso tecnologico abbia portato con sè anche la possibilità di scrivere "con i bit" quello che una volta veniva scritto soltanto con l'inchiostro. Continuano a perdere copie di carta, non capiscono bene i motivi e cercano di supplire alle minori entrate con tagli alle spese, anche a quelle utili.

Non so se si era capito, ma sono in uno stato d'animo un po' negativo. Sarà perché da una settimana Anna non è qui (ma torna lunedì), sarà perché stasera ho sbattuto l'auto tornando a casa (niente di grave, ma pur sempre qualche centinaio di euro regalato a un carrozziere).

January 30, 2008

Se una notte d'inverno un tumblr

Lunedì sera, a cena con un gruppo di colleghi, ho scoperto che quasi tutti credevano che scrivessi ancora frequentemente su Reporters e ignoravano l'esistenza del tumblr (che in questo periodo mi sta divertendo parecchio). Ecco, adesso ve lo dico anche qui: per motivi di tempo su Reporters ci scrivo ormai molto raramente (eufemismo) e ho anche un tumblr, "rubro signanda lapillo".

January 28, 2008

Vi informeremo quartiere per quartiere

Mentre da noi non sono moltissimi i colleghi interessati davvero allo sviluppo dell'informazione e sono pochini anche gli editori davvero convinti che sia necessario trasformare il proprio modello di business (per adesso si limitano spesso a ben poco lungimiranti contenimenti delle spese, poco lungimiranti se non sono accompagnati da veri piani di sviluppo), negli Stati Uniti si discute del futuro che possono avere iniziative come EveryBlock (qui Derek Willis su The Scoop).
La sintesi di tutto è che l'informazione locale deve cominciare a battere anche altre strade. Negli Stati Uniti sta già avvenendo, forse fra un paio d'anni ci arriveremo anche noi, forse. Ma io, dentro di me, spero sempre che non sia necessario avere sempre un ritardo così grande, che anche nei gruppi editoriali medio-grandi ci sia qualcuno di più intelligente che vede prima di altri la strada da percorrere.

January 04, 2008

Bush ha firmato, più vicini blogger e giornalisti

L'Open Government Act del 2007 è diventato legge il 31 dicembre 2007 e modifica in alcune parti significative il Freedom of Information Act. Si parla anche di blogger e giornalisti e dei loro diritti (negli Stati Uniti, naturalmente). Per adesso ho tempo soltanto per questa segnalazione, ma credo sia necessario parlarne presto più ampiamente.

(via E-Media Tidbits)

December 30, 2007

Ogni lettore ha il giornale che si merita

Ma non esiste un editore che abbia il coraggio di fare un giornale serio? Senza l'oroscopo, senza titolisti, senza rigori negati, senza bufale? Senza false biografie agiografiche di imprenditori, senza passare le veline degli uffici stampa. Con poca politica, un minimo di cronaca non morbosa, tutte le inchieste che i soldi che ci sono permettono (lo so che costano).

Io mi abbono, lo giuro.

Massimo Morelli in un commento a un post di Massimo Mantellini sulla meningite.

A parte la storia dei titolisti, che non capisco (il problema non è avere persone che fanno i titoli, è avere persone che fanno i titoli giusti), mi abbonerei anch'io. Però devo insistere su una cosa che mi è cara e ripeterla fino alla noia: la colpa della scarsa attendibilità di molti giornali dipende sia dalla mancanza di coraggio di editori, direttori e giornalisti, che ritengono che gonfiare una notizia la renda più leggibile e appetibile per il pubblico, sia dall'ignavia dei lettori: a molti di loro interessa poco che la notizia sia falsa, interessa di più che dia ragione alle proprie opinioni. Vanno in edicola e comprano il giornale che li ha ingannati il giorno prima, sono gli stessi che non andrebbero mai al supermercato a comprare lo stesso caffè cattivo che hanno appena buttato via.

Questo non significa che i giornali non debbano cambiare, non siano obbligati a cambiare. Perché Beppe Grillo non ha ragione, ed è facile da dimostrare, ma se va avanti così troverà sempre più persone che per opportunità sono pronte a dargli ragione. E potrà continuare a scrivere cose che, fortunatamente, valgono soltanto per una minima parte di (pseudo)giornalisti: "Gli ultimi a sapere in Italia sono sempre i giornalisti. Sono specializzati nelle notizie post datate. Le danno quando possono. E possono darle quando ricevono l’ordine di scriverle". Questo era in un post di oggi su Alitalia. Beppe, sei un po' in ritardo anche tu: post su Alitalia ne hai già pubblicati più d'uno, come mai scrivi soltanto adesso quello che avresti potuto dire ben prima? Tu non hai padroni e avresti potuto farlo, no?

December 28, 2007

Tre business model per un giornale

1. La pubblicità riempie spazi lasciati liberi da un'informazione forte.
2. L'informazione riempie spazi lasciati liberi da una pubblicità forte.
3. Non si capisce più nulla, e la cosa non è casuale.

Le altre sono - per ora, almeno - tutte varianti di questi tre modelli iniziali (dove per giornale non si intende soltanto quello cartaceo ma qualsiasi sistema per trasmettere informazione). Il primo modello pare in netto declino, sarebbe interessantie leggere qualche studio per capire se abbia davvero un futuro.

December 26, 2007

Movimento per la liberazione degli archivi

Antonio, Alberto e altri possono star contenti e sperare in un'evoluzione positiva (insieme a me, ovviamente). Pare che il movimento per la liberazione degli archivi stia prendendo piede. Cito (uso la lingua italiana quando posso e odio il verbo "quotare") Marco Pratellesi su Mediablog:

In soli tre mesi il numero di visitatori unici del sito web del New York Times è cresciuto del 64%. Da quando tutti i suoi contenuti sono diventati pubblici e accessibili, compresi gli archivi, i visitatori unici sono cresciuti di 7,5 milioni passando da 11,8 milioni (agosto) a 19,4 milioni (ottobre).

''La stampa scritta – ha detto Jeff Mignon -, e la stampa quotidiana in particolare, sono sedute su un grande giacimento. Noi ripetiamo, a chi vuol intendere e da diversi anni, che la messa in linea degli archivi dovrebbe essere una delle prime decisioni strategiche. Le cifre ci danno ancora una volta ragione''.

December 25, 2007

L'orgoglio dell'ignoranza

Ho partecipato a una riunione di giornalisti e ingegneri informatici, il mese scorso. Ho fatto qualche domanda, nulla di straordinariamente complicato (anche perché le cose straordinariamente complicate non le conosco...), ma alla fine c'è stato chi mi guardava con un sorrisino ironico e di compatimento, pensando: guardalo lì, quello che pensa ai computer e a internet invece di cercare di fare bene il giornalista. Ecco, io mi auguro soltanto che un giorno a persone del genere venga consegnata una lettera di licenziamento nella quale sia scritto: ci dispiace, lei non può più fare questo lavoro se non conosce neppure la differenza fra download e upload. Sarebbe la prova che le aziende editoriali hanno capito che la nostra professione, pur mantenendo le basi tradizionali, si deve inesorabilmente evolvere: chi sa tutto sulla penna d'oca ma nulla sui processori è una persona rispettabilissima e può fare mille lavori, ma non il giornalista.

December 24, 2007

Pubblicazione di atti e la confusione dell'avvocato sul caso Berlusconi - Saccà

A proposito della querelle sulla pubblicazione dell'intercettazione telefonica della conversazione fra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà, leggo l'articolo dell'avvocato Antonello Tomanelli su "Difesa dell'informazione". Si intitola "Lecita la pubblicazione delle intercettazioni tra Saccà e Berlusconi" e fa un po' di confusione.

Procederò per punti. Rapidamente, cercando di non annoiarvi.
1. Quei sette minuti di conversazione sono un esempio di certi perversi rapporti fra informazione e potere. Rapporti che secondo me (vado a naso) sono purtroppo più frequenti di quanto si creda.
2. A prescindere da ogni altra considerazione, Saccà dovrà scontare la giusta pena per la sua mala gestio.
3. La registrazione va conservata e fatta ascoltare come esempio negativo a tutti coloro che vogliono diventare giornalisti o dirigenti di società editoriali.
4. Non riesco a capire perché ben pochi si occupino del senatore del centrosinistra che si sarebbe venduto in cambio dell'assunzione di un'attrice.
5. La pubblicazione di quell'intercettazione non era lecita. L'avvocato Tomanelli sostiene che non vi è alcuna violazione del diritto alla privacy e lascio ad altri più esperti di me le sue argomentazioni, io sostengo soltanto che questo non significa che quella conversazione fosse pubblicabile, almeno stando all'attuale codice di procedura penale (cosa diversa è che sia moralmente giusto che sia stata pubblicata).

Breve spiegazione dell'ultimo punto.
Il secondo comma dell'articolo 114 del codice di procedura penale afferma: "È vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare". E questo è il caso: siamo prima dell'udienza preliminare ed è stato pubblicato un atto del procedimento penale, anche se non più coperto da segreto (per questo si veda l'articolo 329 del codice di procedura penale, non mi dilungherò oltre). Comunque chi ha pubblicato quell'intercettazione sul sito dell'Espresso rischia ben poco: al massimo un'ammenda di 258 euro e 23 centesimi.

December 16, 2007

Martedì sera a unAcademy: cfdp vs. Gaspar

Non importa se vi piacciono o non vi piacciono i barcamp, questa sarà una barconference. Gaspar Torriero e il sottoscritto si sfideranno (per modo di dire...) martedì sera alle 21 su Second Life, ospiti dell'unAcademy creata da Giuseppe Granieri. Parleremo - ma il tema è molto generico, tanto per darci la possibilità di spaziare - del futuro dei giornali. Potete leggere i post di presentazione di Gaspar e il mio. Qui mi piace citare l'attacco della presentazione di g.g.:

Sul penultimo numero di Internazionale, Giovanni De Mauro raccontava della teoria del sociologo Theodor Levitt, secondo cui le ferrovie americane avevano smesso di crescere perchè "pensavano di essere nel business dei treni e invece erano nel business dei trasporti". E aggiunge:

Oggi i giornali si comportano come le ferrovie: sono convinti di essere nel settore della stampa e non hanno capito di essere in quello dei mass media.

Piccoli corruttori crescono (off topic)

Quando la corrispondente da Pieve di Soligo mi ha proposto la notizia, l'ho trovata una delle più tristi, amare e significative che avessi sentito negli ultimi tempi. Un ragazzino delle scuole medie che, per diventare il sindaco dei ragazzi del suo comune, compra voti regalando merendine gratis e ricariche per cellulare. L'unica differenza con il mondo dei grandi sta nel fatto che le elezioni sono state annullate, il ragazzo è stato destituito e si tornerà a votare. Oggi ho letto la storia anche sulla home page del sito dell'Ansa, ma voglio riproporvi il testo della prima notizia (non mi piace molto l'espressione "in esclusiva", che tanti giornalisti amano), scritta ieri per il Gazzettino da Manuela Collodet.

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December 12, 2007

L'uomo che morde il cane (Washington Post e Romenesko)

Il direttore dell'Washington Post, Leonard Downie, scrive per lamentarsi che il blog di Jim Romenesko, uno dei migliori che esistano negli Stati Uniti sul giornalismo, avrebbe dato spazio a una critica sbagliata e prevenuta fatta da Chris Daly, professore all'Università di Boston, a un articolo di un suo cronista, Perry Bacon, sulla campagna elettorale di Barack Obama. Il direttore del WP si sarebbe comportato con il blog di Romenesko proprio come alcuni lettori possono fare con il suo giornale. A me non pare una cosa negativa, anzi, mi pare indice di una buona apertura mentale (anche se la sostanza delle osservazioni di Downie è sbagliata: il blog ha pubblicato semplicemente un'opinione critica, per quanto assurda potesse essere la tesi di Daly che un articolo come quello su Obama non poteva essere affidato a un cronista che ha meno di 30 anni).

(via The Editor's Log)

December 10, 2007

Su Luttazzi non ho un'idea precisa, è grave?

Mai scrissi un post più involontariamente tempestivo: il 6 dicembre ho accennato al diritto di satira e subito dopo è nato il caso di Daniele Luttazzi. In questi giorni ho ascoltato e letto varie cose e confesso di non essermi fatto un'idea precisa. Non trovo sbagliata l'opinione di Aldo Grasso anche se, istintivamente, ho una maggior propensione a garantire la libertà di espressione. E dal critico del Corriere dimentica di citare un punto essenziale: quella puntata di Decameron era registrata e quindi chiunque a La7 - a partire dal direttore Antonio Campo Dell'Orto -avrebbe potuto vederla e ascoltarla prima della messa in onda e contestare a Luttazzi le frasi incriminate (quella su Giuliano Ferrara e altre eventuali). Detto questo, non mi sono fatto un'opinione sul caso, ma soltanto su ciò che gli fa da contorno: non era opportuno che Luttazzi dicesse quella frase e quella frase non mi ha fatto ridere. Ma questo conta ben poco. Come conta ben poco la giustissima considerazione di Luca Sofri: "Antonio Campo Dell'Orto ha un capitale di credibilità meritato e cospicuo, e in Italia c'è una maggioranza di centrosinistra. Questi due elementi permettono a Campo Dall'Orto di fare una scelta rischiosissima, senza venirne travolto (ma non gli sarà indolore di certo). Se in Italia ci fosse un governo di centrodestra e la stessa scelta per le stesse sincere ragioni fosse stata presa da un direttore di RaiDue, a quest'ora se lo starebbero mangiando sulle pubbliche piazze di mezza Italia".

Ecco, alla fine io vorrei candidamente confessare di non avere un'idea precisa sul caso Luttazzi (questo post non lo cancello soltanto perché ci ho perso sopra una decina di minuti). Se io fossi stato Campo Dall'Orto mi sarei comportato diversamente, ma anche questo conta poco. Dovessi indicarvi l'opinione alla quale mi sento più vicino, fra quelle che ho letto, direi quella di Matteo Bordone - Freddy Nietzsche.

December 08, 2007

Giornalisti che non si informano (class action e dintorni)

Crossposting con il mio tumblr:

Copio e incollo da un lancio dell'Ansa di ieri:

SAVOIA:MEDICO PROPONE CLASS ACTION POPOLO EBRAICO PER DANNI

(ANSA) - TREVISO, 7 DIC - Una causa collettiva da parte del popolo ebraico contro i Savoia in relazione alle leggi razziali del 1938. La possibilità di dare vita a una class action è stata avanzata nel corso di un incontro svoltosi a Roma all'Unione delle Comunità Ebraiche da Ilan Brauner, un medico israeliano da tempo residente nel trevigiano. «Il fulcro della denuncia - come ha spiegato Brauner alla 'Tribuna di Treviso' - saranno le leggi razziali contro gli ebrei del 1938».

Neppure una parola per dire che la class action in Italia non esiste ancora, che il Governo sta modificando il testo della proposta di giorno in giorno (si veda il Sole 24 Ore) e che, comunque, se passerà sarà riservata a un determinato gruppo di associazioni, non a chiunque. Sarà difficile continuare a difendere giornalisti che scrivono così, tanto per fare un po' di effetto (parlare di "class action" va di moda), e non per informare.

December 06, 2007

La questione spinosa del diritto di satira

L'avvocato Antonio Tomanelli scrive della condanna di Giorgio Forattini per una (brutta) vignetta contro Giancarlo Caselli all'epoca del suicidio del giudice Luigi Lombardini: una sentenza che, scrive Tomanelli, non avrebbe riconosciuto il diritto di satira. Diritto che, ricordo io, fu riconosciuto a Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti, assolti in tribunale a Treviso per un servizio su "Striscia la notizia" durante il quale accusavano esplicitamente di aver commesso un furto un commissario di polizia durante una manifestazione dei Cobas del latte (non credo che la sentenza sia pubblicata, ma ricordo perfettamente di averla letta, negli anni in cui mi occupavo di cronaca giudiziaria).

La questione del diritto di satira è probabilmente ancora più spinosa di quella del diritto di cronaca o di critica, perché quando si parla di satira bisogna partire dal presupposto che ciò che è scritto o disegnato possa tranquillamente essere falso. Non vorrei mai essere un giudice che deve contemperare quel diritto con quello di qualsiasi persona a non sentirsi diffamata. Il diritto di parola e quello di critica sono il cuore di una democrazia, aver la possibilità di prendere in giro personaggi pubblici è il sale, ma una democrazia deve anche riuscire a fare in modo che il diritto di satira non serva da copertura a qualsiasi offesa.

AGGIORNAMENTO DELL'8 DICEMBRE ALLE 10. Ecco che arriva un caso che farà di nuovo discutere: La7 chiude Decameron, il nuovo programma di Daniele Luttazzi, per una frase offensiva su Giuliano Ferrara.

December 05, 2007

Giorgio Bettio, le SS e le agenzie soppiantate dai giornali online

Qualcuno di voi forse ha letto la storia del consigliere comunale di Treviso che ha parlato delle SS (Repubblica.it, Corriere.it). Se volete ascoltare l'intervento di Giorgio Bettio, lunedì in consiglio comunale a Treviso non avete altro da fare che un clic su questo link (i diritti di riproduzione del file registrato da Marco Gasparin, che per ora non potete trovare da nessun'altra parte - i mass media tradizionali parlerebbero di "esclusiva" -, sono gli stessi specificati qui).

Ciò che avevo da dire l'ho già scritto brevemente su Rubro signanda lapillo e condivido ciò che ha scritto più estesamente Paolo Calia. Questa storia è un tipico esempio di delirio massmediale e non voglio aggiungere molto altro. Non voglio neppure sottolineare che, pur essendo lontano, molto lontano dalle posizioni della Lega, devo dire che il titolo di Repubblica.it (Treviso, la Lega sugli immigrati "Usiamo gli stessi metodi delle SS") è completamente sbagliato. Come è sbagliato quello di Corriere.it (Treviso, proposta choc della Lega "Immigrati, servono metodi nazisti"). Non forzati, proprio sbagliati. Non voglio neppure dire che l'Ansa (e di conseguenza i giornali online) ha sbagliato a citare soltanto la Tribuna di Treviso perché ieri le dichiarazioni di Bettio erano su tutti i giornali locali, anche in modo più evidente. Non voglio dirlo perché di sbagliare capita a tutti, a me per primo, e capita soprattutto perché si cerca di fare qualcosa.

No, quello che è sfuggito per forza a chi non vive in redazione è una sorta di cambio di prospettiva dei giornali tradizionali (non è il primo caso, ma è accaduto anche ieri). Non è più l'Ansa (e le altre agenzie) a dettare i tempi, sono sempre più frequentemente i principali giornali online (che pure sono fatti in gran parte con le agenzie). Ieri in buona parte delle redazioni non si è cominciato a parlare con più frenesia della notizia quando l'ha data l'Ansa (alle 12,48, se non ricordo male), ma a metà pomeriggio, quando l'hanno scritta in prima pagina i siti internet di Corriere della Sera e Repubblica. Non è un sintomo secondario.

Disclosure: sono il capocronista dell'edizione di Treviso del Gazzettino.

December 03, 2007

La confusione semantica fra notizia e comunicazione

È un bel filmato per spiegare i blog e la coda lunga e Lee LeFever è perfettamente cosciente di usare news in senso molto ampio, però io credo che sia un senso fin troppo ampio. O decidiamo che news è una parola che copre qualsiasi tipo di comunicazione umana oppure news non può essere usata per la stragrande maggioranza dei blog. Non è una questione di gerarchie, non si tratta di dire che i giornalisti hanno il monopolio delle news (lungi da me) né che le comunicazioni chiamate notizie sono più importanti delle altre, si tratta di stabilire soltanto una differenza semantica. La linea è incerta, lo so bene, ma non può non esistere.

December 02, 2007

Luca Sofri ne farà un libro? Divagazione sui delinquenti dell'informazione

"Le notizie che non lo erano" è il post che leggo con maggior piacere sul blog di Luca Sofri. Peccato che non ci sia (o che io non abbia ancora trovato) un sistema per leggere rapidamente quelli delle settimane scorse. Magari Luca potrebbe fare un volumetto delle varie puntate della sua rubrica, o una raccolta da distribuire soltanto online. Magari poi Amazon lo compra e lo mette su Kindle, chissà...  :)

Ne approfitto per aggiungere una piccola osservazione. Ieri Luca ha scritto:

 Ancora in molti (La Stampa, il Messaggero, il Giorno, tra gli altri) titolavano tra ieri e l'altroieri su un “minatore coreano ucciso dallo scoppio del cellulare”. I titoli erano una forzatura (i veri delinquenti dell'informazione italiana oggi sono i titolisti, bisognerà dirlo): gli articoli dicevano che “la morte potrebbe essere stata causata dall'esplosione del cellulare”

Sono d'accordo: molti titolisti sono delinquenti (ma i lettori spesso non puniscono i giornali per i quali lavorano e allora i direttori pensano che quei titolisti siano bravi), però due paroline in più avrebbe potuto dirle anche sugli articolisti: ci sono giornalisti abituati a usare i condizionali per scrivere un'ipotesi che sanno non verificata ma che può rendere più attraente il loro articolo, per esempio che la morte del minatore possa essere stata causata dall'esplosione del cellulare, tanto per non cambiare esempio. Invece non si fa (non si dovrebbe fare): o la causa dell'esplosione è stata verificata (e allora la si scrive senza condizionale) o non lo è stata (e allora non la si scrive). Tertium datur, a dire il vero: ci sono una serie di cause possibili, e allora si scrivono tutte. Ma scriverne soltanto una, perché è quella che si ritiene possa sedurre di più i lettori, è da delinquenti dell'informazione. Ed è un'istigazione a delinquere per i titolisti (che di solito non vedono l'ora di essere istigati).

November 29, 2007

Da aggiungere ai segnalibri

Daniele Minotti ha creato su Penale.it una sezione dedicata alla stampa. L'ho già messo nella colonna di destra, nella sezione dei mass media. Se avete qualche interesse nella materia fate lo stesso, garantisco io.

November 28, 2007

La redazione integrata del New York Times

Un video, pubblicato su CyberJournalist, mostra come funziona l'integrazione fra le varie redazioni al New York Times

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John Landman, deputy managing editor: «A really good newspaper newsroom is a place where a lot of very good brains come together». Attualmente sono nel periodo pessimista e sono convinto che esistano poche redazioni davvero buone.

Al Piccolo soffia una bora piuttosto forte

Secondo "Pazzo per il Piccolo", un interessante blog che descrive dall'interno ciò che accade nel giornale principale di Trieste, un blog "nato per far qualcosa di positivo per il giornale", l'atmosfera in redazione non è delle migliori e c'è molta preoccupazione per il calo di copie. Ne è uscita la proposta di una riunione per cercare di risollevare le sorti del quotidiano del gruppo Espresso. Sono arrivate già quattro adesioni in cui si propone che la riunione avvenga fuori dalla redazione. C'è anche chi ha usato toni che pensavo appartenessero soltanto alla tradizione leghista: "rimettiamo in piedi il Piccolo, prima che il romano di turno lo uccida per sempre".

Io sto dalla parte di Tacito

Da un articolo di Francesco Merlo su Repubblica che ho trovato su Macchianera insieme alle risposte di Filippo Facci e di Mario Cervi:

Addirittura penso che nell'attuale Italia delle fazioni armate il giornalista più affidabile è quello consapevolmente fazioso, perché la consapevolezza gli detta la deontologia; il sapersi fazioso e il fare sapere che è fazioso lo costringono a non esserlo, e comunque tutta la sua attività professionale è trasparente e leale. Nella sua consapevolezza faziosa c'è infatti la dichiarazione di lealtà rispetto al lettore o al telespettatore

Dalle Historiae di Tacito:

Sed ambitionem scriptoris facile averseris, obtrectatio et livor pronis auribus accipiuntur; quippe adulationi foedum crimen servitutis, malignitati falsa species libertatis inest

(Ma è facile rifiutare la cortigianeria di uno storico, mentre la calunnia prodotta dall'astio trova orecchie ben disposte: perché l'adulazione implica la pesante taccia di servilismo, nella maldicenza, invece, si profila un falso aspetto di libertà)

Merlo è uno che mi è sempre piaciuto e l'ho seguito dal Corriere a Repubblica, ma stavolta non posso che dar ragione a Tacito (l'argomento è lo stesso, nonostante apparenze e stili diversi).

November 21, 2007

In difesa dell'impossibile, ossia dei giornalisti

Come accade spesso nel mondo dei blog, dove nascono dal nulla conversazioni senza che queste siano giustificate da qualche fatto esterno (ed è positivo), è in corso il "tiro al giornalista". Non metterò link, perché sarebbero tanti, ma la tesi di fondo è: cari giornalisti, non parlate di internet senza conoscerla e non parlate di internet soltanto quando avviene qualche fatto negativo, perché così date una visione distorta della rete. La postilla è: continuate così tanto, così come siete conciati adesso, siete destinati alla distruzione.

Che una parte di giornalisti non conoscano internet è vero, a partire da quel Bruno Vespa che ne parla come di una cosa spaventosa e ammette di non sapere che cosa sia. Se è legittimo non avere alcun interesse per internet (io, per esempio, non ho alcun interesse per la danza classica), non è altrettanto legittimo influenzare l'opinione pubblica con tesi tranchant, dette durante una trasmissione seguita da milioni di persone, su un argomento che non si conosce (se andassi a "Porta a porta" non mi permetterei mai dire che la tal ballerina è scarsissima). Nessuno ci obbliga a parlare di internet e, se si deve farlo, si può lasciare il microfono ad altri.

Diverso è il momento in cui la rete diventa protagonista in occasione di delitti aut similia.

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November 18, 2007

L'Ansa brucia tutti: con Android Google ha sbagliato

Vi ricordate la storia del concorso da 10 milioni di dollari, messi in palio da Google per gli sviluppatori delle migliori applicazioni per Android, il developer challenge? L'Italia è stata esclusa perché, secondo Google, la legge italiana aveva restrizioni che non permettevano quel concorso. Google si sbaglia, ma a scriverlo finora erano stati Guido Scorza e pochi altri blogger. Adesso anche i grandi mezzi di comunicazione lo riportano e, primo fra tutti, l'Ansa. Sia su internet sia con un lancio da Trieste delle 16.57:

Google viene «corretto» dalla stessa Rete internet sulla decisione di escludere l'Italia dal concorso internazionale da 10 milioni di dollari legato allo sviluppo della piattaforma per cellulari «Android».

È il blog di Guido Scorza (www.guidoscorza.it), ricercatore in informatica giuridica e diritto delle nuove tecnologie e docente alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna, a fornire la soluzione agli sviluppatori italiani che volessero partecipare al «contest» internazionale.

Google aveva comunicato nei giorni scorsi che dall'«Android Challenge» erano esclusi, oltre che gli italiani, anche gli abitanti della regione canadese del Quebec per non meglio specificate «restrizioni locali», probabilmente legate alla necessità di immobilizzare su un conto corrente l'intero ammontare del premio, e di assegnarlo davanti a un notaio.

Da ieri la soluzione sta facendo il giro dei blog nazionali: Scorza «suggerisce» ai legali che assistono Google di leggere l'articolo 6 del Dpr 430 del 2001, che regola i concorsi e le operazioni a premio, e che esclude da queste restrizioni i concorsi per la produzione di opere letterarie, artistiche o scientifiche, la presentazione di progetti o studi in ambito commerciale o industriale. Il premio, in questi casi, viene considerato come «corrispettivo di prestazione d'opera» o come «riconoscimento del merito personale o un titolo d'incoraggiamento nell'interesse della collettività».

«Un'iniziativa quale l'Android Challenge - commenta il docente-blogger - rientra certamente in tale esclusione e, quindi a essa non si applica la speciale disciplina che potrebbe aver scoraggiato Google, con la conseguenza - conclude Scorza - che sarebbe auspicabile un'immediata sua riapertura anche al pubblico italiano».

AGGIORNAMENTO DEL 24 NOVEMBRE ALLE 10.30. Sul blog di Google Italia Stefano Hesse spiega la posizione ufficiale di Google, ma non convince del tutto. E le conclusioni di Google non convincono neppure Guido Scorza che era stato fra i primi (o il primo) a dire che Google aveva letto male la normativa italiana.

Perché negli Stati Uniti non c'è bisogno dell'Ordine dei giornalisti

Senza demonizzare l'Italia o santificare l'America, il motivo è molto semplice: negli Stati Uniti tutti i principali giornali hanno dei codici etici che i cronisti e i capi devono rispettare. E, se questo non accade, si rischia anche il licenziamento. Io, invece, su una cosa gravissima che potete leggere sul blog di Federico Ferrazza, ho inviato una segnalazione agli Ordini dei giornalisti del Lazio, della Lombardia e del Veneto (tutti e tre interessati in qualche modo) e non mi risulta che qualcuno abbia ancora preso provvedimenti (era il 25 luglio quando il post fu pubblicato).

A proposito di codici etici: quello del New York Times, per esempio, è questo. Mario Tedeschini Lalli, in un post di un mese fa, ne tradusse una parte che riguarda le interviste e ciò che può essere messo tra virgolette:

I lettori dovrebbero poter ritenere che ogni parola tra virgolette sia ciò che l’interlocutore ha detto o scritto. Il Times non ‘ripulisce’ le citazioni… Non c’è bisogno di ricordare che falsificare una qualunque parte di un pezzo di informazione giornalistica non può essere tollerato e come conseguenza automatica avrà un’azione disciplinare, che potrebbe comprendere l’interruzione del rapporto di lavoro.

Pensate se questa norma fosse applicata in un qualsiasi giornale italiano...

Sarà anche 2.0, ma resta sempre un comunicato stampa

Una volta c'erano molti giornalisti che mal sopportavano la presenza della pubblicità sui giornali. Ora spero che qualcuno di loro (a parte coloro che sono andati in pensione) abbia capito che si tratta semplicemente di una diversa forma di comunicazione. Detto questo, è sempre meglio evitare le confusioni. Già ce ne sono troppe dentro ai giornali: pubblicità di case di moda fatte passare per articoli e pagine promozionali di case automobilistiche fatte passare per informazione specializzata; se adesso cominciamo a fare differenze anche fra i comunicati stampa, a seconda che siano o non siano 2.0, chiudiamo baracca e burattini.

Tutto questo per dire che Luca Conti ha ragione quando dice che Digital PR ha inaugurato in Italia un nuovo modo di fare i comunicati stampa, introducendo il social media press release, con contenuti più interessanti e utili rispetto ai tradizionali fax o alle solite e-mail. Ma fermiamoci qui, non diciamo che "il social media press release viene accompagnato, in maniera non strumentale, di altri contenuti utili per comprendere meglio l'argomento" (grassetto mio). La Digital PR ha i propri clienti, cerca di servirli al meglio e di ottenere risultati positivi per la loro immagine. I contenuti del suo comunicato stampa, per quanto sia un comunicato stampa evoluto, tenderanno a quell'obiettivo. In maniera strumentale, come è giusto. Starà poi al giornalista decidere se alcuni di quei nuovi contenuti potranno essere o non essere interessanti. Starà al giornalista verificare e approfondire il comunicato stampa della Digital PR, così come dovrebbe fare con qualsiasi comunicato stampa.

Sapete com'è: ai pubblicitari non piacerebbe se noi giornalisti ci mettessimo a far giri di clienti e a portar via loro le provvigioni (io non saprei farlo, ma conosco colleghi che sarebbero bravissimi), a me invece non piace che la pubblicità cerchi di ingannarmi e di far finta di essere neutrale. Tutto qui.

November 17, 2007

"Don Aldo come Joseph nel processo di Kafka"

Ringraziando Paolo e Andrea per i complimenti immeritati (lo dico sinceramente, senza falsa modestia), faccio una cosa inedita per questo blog: ripubblico il commento che ho scritto oggi per la prima pagina dell'edizione di Treviso del Gazzettino sulla vicenda di don Aldo Danieli, il parroco di Paderno di Ponzano al centro di inattese polemiche perché i mass-media nazionali hanno scoperto - raccontando la storia con alcuni gravi errori - che da due anni ospita in un locale della parrocchia (cristiano cattolica) alcuni musulmani che pregano. Ecco l'articolo.

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