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September 27, 2007

Precisione e divulgazione nei mass media, l'eterno dilemma

Avete davanti un tema scientifico o tecnico e lo dovete trattare per un giornale, una tv, una radio, un sito internet o qualsiasi altro mezzo di comunicazione che si rivolge anche a chi ignora quella materia: preferite usare una terminologia precisa - ma a volte difficilmente comprensibile dal lettore non specialista - o rischiate qualche imprecisione pur di farvi capire meglio? Mi spiego con un esempio noto a tutti in questi giorni: il caso di Alberto Stasi, finito in carcere con l'accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi a Garlasco. Non ho usato a caso "finito in carcere" al posto di "arrestato", perché il problema è proprio lì: Stasi non è stato arrestato. Almeno se seguiamo il codice di procedura penale.

Per comodità riporterò un post di Andrea Buoso (alias Cips), un collega dell'Ansa di Trieste, che se la prende con Luca Sofri (that is Wittgenstein, o viceversa):

Ma Wittgenstein dice un'enormità di procedura penale.
Alberto Stati non è stato arrestato ma sottoposto a fermo di polizia giudiziaria.
Casomai è il Gip che deciderà se convalidare (e quindi emettere un ordine di custodia cautelare) o meno (e allora Alberto torna libero) la misura.
Non serve aver studiato legge, basta aver studiato per l'esame da professionista.
E mi darà nuovamente dell'idiota. Lui può.
Detto questo, molti caporedattori e direttori potrebbero iniziare a vergognarsi.

Non gli ho dato dell'idiota, ho soltanto commentato il post, scrivendo con parole diverse quello che ho scritto all'inizio di questo post:

Da ex giudiziarista non posso che darti ragione dal punto di vista tecnico, ma qualche perplessità mi viene dal punto di vista giornalistico.

Ragiono a voce alta: il giornalismo deve (dovrebbe) fare una bandiera della precisione ma, allo stesso tempo, deve (dovrebbe) cercare di rendere comprensibili questioni tecniche anche ai non addetti ai lavori. Lo so che Stasi è stato fermato, ma se tu scrivi su un giornale che "Tizio è stato fermato" credo che la maggior parte delle persone pensi che un vigile gli ha messo davanti la paletta; solo qualche avvocato, qualche magistrato e qualche giornalista penseranno alla possibile alternativa: è finito in carcere in attesa di essere interrogato.

Mantenere un equilibrio fra precisione e divulgazione non è facile, e tu lo sai meglio di me. La questione del verbo da usare per Stasi (su un giornale o alla tv) non è di soluzione così facile. Opinione personale, credo non serva aggiungerlo.

O si rinuncia a parte della correttezza o si rischia di non farsi capire: difficile per me trovare una terza via in casi come questi (ho parlato di diritto perché la materia mi è più familiare di altre, ma il discorso vale per qualsiasi specialità: dall'informatica alla medicina, dall'ingegneria all'economia alla critica letteraria). Come se ne esce quando si sta in un mezzo di comunicazione di massa?

Per alleggerire il post, chissà poi come avrebbe preso Andrea questa locandina della Tribuna di Treviso uscita ieri, il giorno dopo il suo post. Si parla di un tizio che era già agli arresti domiciliari (quindi in custodia cautelare, secondo il codice) e che è finito in un altro tipo di custodia cautelare, ossia la detenzione in carcere.

Che cosa direbbe Cips?

A proposito: non si affanni chi aveva in mente di dirmi che la questione è vecchia: lo so, ma il fatto che sia vecchia non significa nulla, se non è stata ancora risolta o superata in altro modo.

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