Caro Gianluca*,
se negli ultimi mesi ti sei adontato - o anche soltanto un po' seccato - per alcune mie esplicite uscite contro l'Ordine dei giornalisti, hai fatto bene. Non perché l'Ordine dei giornalisti vada difeso - questo Ordine o qualsiasi altro Ordine - ma perché tu stai veramente cercando di dare un impronta nuova a questa istituzione, stai cercando davvero di renderla un organo utile per i giornalisti, che difenda (lo so, è un termine soprattutto sindacale, ma passamelo) non tutti i giornalisti, ma soltanto coloro che lo meritano e che cercano di mantenere alto il nome di una categoria che non ha una reputazione eccellente.
Aggiornamento e deontologia sono due parole chiave per te, ecco come mai continuo a chiedermi che cosa tu ci stia a fare lì. L'Ordine è un organo che non ha senso, credimi, al di là della Corte costituzionale che lo ritiene del tutto compatibile con l'articolo 21. Conta poco che, così strutturato, esista soltanto in Italia e in pochi altri Stati (la minoranza non ha torto per definizione), conta di più che sia un recinto dei professionisti dell'informazione (non uso la parola comunicazione, come noterai): una sorta di ossimoro.
Uno, due, dieci sindacati dei giornalisti (meglio uno o due) mi stanno bene e sono necessari, soprattutto ora. Un Ordine no, non ho bisogno che qualcuno, diverso da un buon sindacato, difenda la mia dignità di giornalista: prima di tutto ci devo pensare io, poi mi è sufficiente avere un sindacato. La deontologia, mi dirai. Già, la deontologia, quella che tu ci ricordi ogni volta che ci mandi una mail con i provvedimenti disciplinari dell'Ordine del Veneto. La deontologia non la potrà mai difendere l'Ordine, perché è come cercare fare il giro del mondo con una bicicletta senza pedali: basta vedere che nessun provvedimento di radiazione riesce a essere efficace: non per colpa degli Ordini ma perché non si può proibire a qualcuno di esercitare il suo diritto di espressione del pensiero. Certo, l'Ordine può dare un indirizzo, può stabilire regole, ma che senso ha che esista quando in realtà non ha potere alcuno? Non mi spingo fino all'eccesso di idealismo secondo cui dovrebbero essere i lettori a valorizzare i giornalisti che si comportano correttamente (non accade e non accadrà mai), ma non sarebbe meglio che quelle regole le facessero rispettare le aziende editoriali? Io lo trovo molto più ragionevole, a patto che le aziende editoriali (espressione che uso per comodità, anche se dovrebbe essere aggornata) non siano governate da "idioti abbastanza preparati", per riprendere una felice definizione di Fernando Savater. Qui mi fermo, che è meglio. E per i corsi di aggiornamento ci sono - ci dovrebbero essere - le aziende da una parte e le università o le scuole di formazione dall'altra.
Gianluca, non seppellire le tue capacità sotto la pur scomoda poltrona di presidente dell'Ordine. Meriti di più, credimi.
* Gianluca è Gianluca Amadori, presidente dell'Ordine dei giornalisti del Veneto.



Caro Carlo*,
non credo di meritare tutte le belle cose che scrivi del sottoscritto
ma, visti i tempi che corrono, conserverò la tua mail per rileggerla
quando sono giù di morale...
Non mi sono adontato, né seccato per le tue prese di posizione contro
l'Ordine: le rispetto, pur non condividendole, così come rispetto
quelle di numerosi altri colleghi che, invitati alle iniziative
dell'Ordine, hanno pubblicamente dichiarato che l'Ordine andrebbe
abolito.
Il dibattito è aperto e non c'è cosa più bella di confrontare le idee
apertamente, in piena libertà: solo così si può crescere, imparare e,
possibilmente, cercare di fare qualcosa per questa professione che
talvolta stento a riconoscere, inquinata com'è da colleghi (pochi, per
fortuna) che, invece di interpretare il "ruolo sociale" del
giornalista (cito il presidente Napolitano) scelgono - nel migliore
dei casi - di recitare la parte dei "servi" del padrone di turno,
svendendo la propria autonomia e dignità; e nel peggiore dei casi
inventano notizie e dossier, prestandosi a vergognose operazioni di
killeraggio per conto terzi, che con il giornalismo non hanno nulla a
che fare.
Mi indigna assistere a questa deriva della professione e, ancor di
più, al teatrino di chi - compresi "illustri" direttori e giornalisti
- pretende di difendere questi soggetti richiamandosi ai principi
della libertà di stampa e di espressione. La Costituzione, per chi la
conosce, difende tale libertà, ponendola ai massimi livelli, a patto
che venga esercitata con onestà e buona fede, rispettando gli altri
diritti costituzionali. Libertà di stampa non significa libertà di
inventare, mistificare la realtà, "uccidere" gli avversari con
vergognose campagne senza fondamento.
Mi indigno quando ascolto "illustri" colleghi, il cui compito sarebbe
quello di informare con correttezza, lealtà e buona fede, dichiarare
che l'Ordine non dovrebbe sanzionare con la sospensione della
professione un collega resosi responsbaile di gravi scorrettezze, ma
semmai dare una multa: ma di cosa stanno parlando? Sanno questi
signori che esiste una legge dello Stato che stabilisce quali sanzioni
siano comminabili ai giornalisti che finiscono sotto inchiesta
disciplinare, e che la multa non è contemplata? Se vogliono cambiare
la legge, le regole, lo dicano. E' legittimo. Ma lo facciano con
chiarezza, e con onestà informino i cittadini che oggi le regole sono
queste (volenti o nolenti).
In questo panorama sconsolante, in cui gran parte dei vertici del
giornalismo danno il peggior esempio possibile, ritengo che l'Ordine
(con tutti i suoi
limiti e difetti) sia l'unico baluardo di regole e garanzie per chi
vuole ancora fare onestamente e correttamente la professione di
giornalista (e sono tantissimi, soprattutto tra i più giovani, che
credono ancora nei valori del buon giornalismo).
Tu proponi di delegare alle aziende editoriali la formazione e la
tutela della deontologia professionale? A me pare, oggi più che mai,
che agli editori interessi tutto meno che la qualità
dell'informazione, la trasparenza e il rispetto di regole
deontologiche. Mi riferisco a proprietà editoriali che hanno enormi i
interessi economici in altri settori e tendono ad utilizzare giornali
e tv per difenderli, invece che per fare libera informazione; parlo di
direttori che, invece di realizzare prodotti editoriali nell'interesse
dei cittadini, li utilizzano per potare avanti questo o quel esponente
politico; parlo di vertici giornalistici di giornali e tv che vivono
da anni rinchiusi in redazione davanti alle agenzie e si immaginano un
"mondo virtuale" in cui contano soltanto polemiche costruite ad arte,
notizie gridate, pettegolezzi e quant'altro.
Faccio il giornalista da oltre vent'anni e, dal mio privilegiato punto
d'osservazione, non ho visto aziende editoriali (se non in rarissime
occasioni) interessate alla formazione dei propri giornalisti: una
posizione miope e sciagurata. Per risparmiare i pochi spiccioli
necessari ad organizzare corsi di formazione su privacy, diffamazione
e deontologia, si ritrovano, ad esempio, a dover sborsare milioni di
euro in cause e risarcimenti dovuti spesso all'ignoranza in cui
lasciano i giornalisti, soprattutti quelli più giovani e sprovveduti.
Oggi l'Ordine è l'unica possibilità per un giornalista di difendere la
sua autonomia e indipendenza. La legge professionale ci consente di
non dover rispondere a nessun potere, se non alla nostra deontologia.
A mio avviso è il massimo della libertà possibile. Sinceramente non
augurerei a nessun collega di dover rispondere al proprio editore,
magari di un articolo che ha dato fastidio al potente di turno, oppure
all'importante inserzionista pubblicitario che ha "osato" criticare.
Con tutti i suoi limiti e difetti, un sistema che prevede un'organismo
di autogoverno è il miglior sistema possibile. Non lo vogliamo
chiamare Ordine, ma "pinco pallo"? Mi sta bene.
La questione non è di abolirle l'Ordine semmai, di farlo funzionare
meglio: da un lato con regole migliori, al passo con i tempi mutati
(ed ecco perché urge una riforma della legge 69 del 1963); dall'altro
con un impegno concreto di chi si assume la responsabilità di farlo
funzionare.
Ecco il punto nodale: la responsabilità. Oggi assisto, con sempre
maggior frequenza, a persone che non si assumono la responsabilità che
gli compete. E ciò non soltanto nel giornalismo. I risultati li
abbiamo davanti agli occhi...
Per quanto mi riguarda, sto cercando di fare soltanto questo: rivesto
un ruolo e, fino a quando mi sarà confermata la fifucia dei colleghi,
farò il possibile per assumermi le responsabilità che mi spettano. Non
so se ciò significa "seppellire le mie capacità". Né spetta a me dire
se ho fatto bene o male in questi anni. Una cosa è certa: continuerò a
impegnarmi affinché l'Ordine diventi un punto di riferimento dei
giornalisti per la formazione e l'aggiornamento e per la tutela della
libertà, dell'indipendenza e dell'autonomia; una garanzia (per il
cittadino) per il
rispetto della deontologia professionale. Cioé i compiti stabiliti
dalla legge. Le difficoltà non mancano e ciò che si può fare è
sicuramente poco rispetto alle esigenze. Ma, per quanto mi riguarda,
continuerò a posare il mio piccolo "mattoncino" quotidiano. Che,
assieme a quelli posati da qualcun altro, chissà che non riescano a
costruire qualcosa di utile e positivo.
Mi ha fatto sorridere la tua immagine della bicicletta senza pedali e
rispecchia certamente la situazione attuale... Ho letto recentemente
una frase di Bertrand Russel che mi ha fatto pensare: "Gli innocenti
non sapevano che la cosa era impossbile e quindi la fecero". Non è che
si debba tutti provare a recuperare quella innocenza?
Gianluca Amadori
* Carlo, è Carlo Felice Dalla Pasqua
Posted by: Gianluca Amadori | November 14, 2010 at 10:57 PM